martedì 11 maggio 2021

Archeologia Invisibile - la mostra temporanea allestita presso il Museo Egizio di Torino

Le riaperture di quest'ultimo mese hanno portato con sé anche la proroga di una mostra temporanea denominata "Archeologia Invisibile" (aperta dal 2019 e ancora visitabile presso il Museo Egizio di Torino) che racconta alcuni dei processi di indagine che vengono condotti durante lo studio dei reperti archeologici, con l'ausilio di particolari strumentazioni e applicazioni scientifiche, allo scopo di rivelare informazioni ed elementi che non sempre sono visibili ad occhio nudo.

La fotografia, nata nell'800, è stata il primo strumento di documentazione dello scavo archeologico, il luogo dove gli oggetti vengono rinvenuti; oggi, la fotogrammetria (metodologia di rilievo dei dati metrici - forma e posizione - di oggetti) permette di digitalizzare interamente i reperti in laboratorio, creando modelli tridimensionali (che possono essere anche stampati grazie alla recente introduzione delle stampanti 3d).

L'archeometria e le indagini multispettrali (mediante l'utilizzo dello spettro infrarosso, ultravioletto e raggi-X) forniscono inoltre informazioni interessanti sulla vita del reperto, su come - ad esempio - sia stato fabbricato, colorato o decorato.

Nell'antico Egitto i pigmenti dei colori venivano estratti da minerali (pirolusite per il nero, dolomite per il bianco, malachite per il verde) o da terre (ocra per il giallo e il rosso) e amalgamati con un legante come l'albume o la gomma arabica. Il cosiddetto "blu egizio" invece, derivava da una composizione di carbonato di rame, natron, calcio e silice: è stato il primo pigmento ad essere prodotto artigianalmente.

Nella mostra, un video rappresenta come le analisi multispettrali ad infrarosso eseguite sul cofanetto ligneo rinvenuto nella tomba di Kha e Merit rivelino la presenza del "blu egizio" e una correzione apportata dall'artigiano in corrispondenza della spalla del defunto rappresentato.

Cofanetto con raffigurazione di Kha e Merit,
Legno, fibre vegetali, pittura,
XVIII Dinastia, 1425 - 1353 a.C.,
Deir el-Medina, Tomba di Kha (TT8)

Dove infrarossi e raggi-X non sono sufficienti, si può oggi ricorrere all'ausilio di sperimentazioni neutroniche, per analizzare ad esempio il contenuto di oggetto (come nel caso dei vasetti per i "sette olii sacri", in alabastro, provenienti dalla tomba di Kha a Deir el-Medina) senza mettere in campo azioni invasive quali la rottura del tappo-sigillo.

A sinistra: vasetti per i "sette olii sacri",
alabastro, XVIII Dinastia, 1425 - 1353 a.C.,
Deir el-Medina, Tomba di Kha.
A destra: la chimica dei colori - origine e composizione dei pigmenti 

Quando si tratta dello studio dei resti umani (o animali) la tecnologia è diventata sicuramente uno strumento fondamentale per superare vecchi metodi di indagine particolarmente distruttivi quali (nel caso delle mummie) la rimozione delle bende, del corredo e la dissezione del corpo.

La mummia di Merit,
il video che mostra lo "sbendaggio virtuale"

Oggi, infatti, le moderne tecnologie (radiografie e TAC) consentono di effettuare uno "sbendaggio virtuale" (come quello che viene mostrato nell'esposizione, eseguito sulle mummie di Kha e Merit, conservate presso il Museo Egizio e mantenute ancora intatte) e di analizzare digitalmente il defunto in ogni sua parte, dallo spessore/tipologia del bendaggio alla posizione, dai gioielli indossati agli amuleti, affiancando così le indagini antropologiche per determinare età, altezza, stato di salute/patologie e in alcuni casi anche le cause della morte. 

La diagnostica si rivela utile anche per analizzare interventi di restauro precedenti e progettare quelli futuri, come per i frammenti parietali e pitture a tempera provenienti dalla tomba di Henib a Qau el-Kebir e di Iti e Neferu a Gebelein. 

Il tema del restauro abbraccia anche gli interventi volti alla conservazione di papiri: nella sala dedicata sono esposte due pagine (su papiro) del codice copto IX recanti il testo della Vita Athanasii (VII-VIII sec. proveniente da This, ove esisteva una biblioteca bizantina) e un codice copto con il testo dell'Ecclesiaste e La Saggezza di Salomone, su pergamena in rilegatura moderna, V-VI sec.), sui cui inchiostri sono in corso indagini chimiche volte a comprendere la preparazione degli stessi e l'esatta provenienza dei documenti.

Codice copto recante il testo dell'Ecclesiaste e La Saggezza di Salomone,
pergamena e inchiostro in rilegatura moderna, 
ca. V-prima metà VI sec.,
provenienza incerta

La mostra si chiude con la riproduzione in 3d del sarcofago di Butehamon, "Scriba della necropoli": con grande impatto visivo, il modello digitale - in video - si sposa con la proiezione delle fasi di vita dell'oggetto direttamente su di esso, dalla costruzione (l'assemblaggio delle parti in legno, le alterazioni, i ritocchi) alla decorazione (iscrizioni e pitture). 

Stampa 3d del sarcofago esterno dello scriba reale Butehamon,
circa 1000 a.C.

Si tratta di un percorso affascinante, che cattura l'interesse del visitatore e dimostra l'importanza dell'interazione dell'archeologia con la scienza, in una fusione quasi imprescindibile per la comprensione non solo del contesto storico di un reperto ma anche della sua biografia.

E' disponibile anche il tour virtuale della mostra al seguente link.

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