venerdì 2 settembre 2022

La basilica di Santo Stefano a Bologna: testimonianze del culto di Iside in età romana


  

Del complesso romanico della basilica di Santo Stefano a Bologna, che comprende la Chiesa del Crocifisso (XI secolo), del Sepolcro (riedificata nel XII secolo) e dei Santi Vitale e Agricola (XI secolo), la Basilica del Santo Sepolcro custodisce il nucleo più antico del gruppo.

L’edificio, a pianta centrale dal perimetro ottagonale colonnato, sormontato da un’alta cupola, contiene un’edicola marmorea che riproduce il Santo Sepolcro di Cristo a Gerusalemme, edificata secondo la tradizione dal vescovo Petronio nella prima metà del V secolo sopra una fonte d’acqua.


Nel pavimento della chiesa, un pozzo coperto da una grata contiene infatti l’acqua di un’antica sorgente che ancora persiste (nonostante l’abbassarsi della falda) e che nella simbologia cristiana venne identificata con le acque redentrici e miracolose del fiume Giordano.


Alcuni studi hanno ipotizzato che in questo luogo, precedentemente, in età romana, venisse praticato il culto di Iside e che la fonte fosse sacra alla dea stessa.

La teoria è supportata soprattutto dalla presenza di un’iscrizione lapidea in marmo bianco, dedicata ad Iside e datata tra la metà del I e la fine del II sec. d.C., murata su un lato del complesso, nel cortile antistante, fra i due sarcofagi medievali che custodivano le spoglie dei primi vescovi della Chiesa di Bologna.


Fu per volontà testamentaria della liberta Sextilia Homulla che venne realizzata questa dedica alla dea:

                                                                 DOMINAE ISID[I] VICTRICI 
                        NOMINE M(ARCI) CALPURNI TIRON[IS ET] SUO EX PARTE PATRIMONI SUI 
SEXTILIA M(ARCI) LIB(ERTA) HOMULLA PER ANIC[ETU]M LIB(ERTUM) SUUM UT FIERET  TEST(AMENTO) CAVIT

“Alla dea Iside Vincitrice, con parte del proprio patrimonio, a nome proprio e di Marco Calpurnio Tirone, Sextilia Homulla, liberta di Marco, stabilì per testamento che venisse fatto ad opera del suo liberto Aniceto”.


Si suppone che in corrispondenza dell’edicola interna alla chiesa, tra l’80 e il 100 d.C. fosse stato edificato un luogo di culto sacro alla dea Iside per iniziativa di Calpurnia, ricca matrona bolognese. La sua collocazione, a est della Bononia romana e a breve distanza dalla Via Emilia, era in una zona ricca di sorgenti e comunque al di fuori dell’abitato, come già attestato per altri luoghi di culto isiaci al di fuori dell’Egitto.



mercoledì 8 giugno 2022

La nuova Sezione Egizia del Museo Civico di Crema e del Cremasco

 



Il 26 febbraio 2022, a Crema (CR), presso il Museo Civico di Crema e del Cremasco, si è svolta la conferenza per l'inaugurazione della nuova Sezione Egizia del Museo.

Inserito nella splendida cornice del convento quattrocentesco di Sant'Agostino, il Museo Civico di Crema e del Cremasco ospita infatti, a partire da questa data, una Sezione Egizia del tutto rinnovata.

Nata nel 2019, il suo nucleo principale è costituito dai reperti della collezione privata di Carla Maria Burri (1935-2009), egittologa e papirologa cremasca allieva del Prof. Sergio Donadoni, che ha donato la propria raccolta archeologica e libraria al Museo, nel desiderio di creare una sezione dedicata all'arte egizia e greco-romana.

Nel 2020, grazie all'ulteriore donazione dei coniugi Camillo Lucchi e Carla Campari, la raccolta del Museo Civico si è arricchita di nuovi pezzi.

Carla Campari, presente alla conferenza, era legata all'egittologa Carla Maria Burri da un profondo legame affettivo: compagne di classe durante la scuola secondaria, proseguirono insieme gli studi universitari e, condividendo la passione per l'antichità, mantennero l'amicizia anche negli anni seguenti. 
La collezione della famiglia Lucchi-Campari, frutto di acquisti presso antiquari autorizzati e aste indette dal Museo Egizio del Cairo, concorre, assieme a quella della Burri, a formare una raccolta museale che, attualmente, conta nel complesso circa 200 reperti e che copre un arco cronologico che va dal Paleolitico all'epoca copta.

Grazie alla collaborazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, del Museo Civico di Crema e del Cremasco e del Dott. Christian Orsenigo (egittologo e curatore della Sezione Egizia) lo spazio espositivo è stato volutamente riorganizzato seguendo una narrazione temporale ed unendo le due collezioni Burri e Lucchi-Campari in un percorso museale uniforme, strutturato in vetrine che accolgono gli oggetti in base ad una precisa classificazione.

L'esposizione è introdotta da una prima vetrina è dedicata ai reperti più antichi, fra i quali:

- diversi manufatti litici (bifacciali, coltelli, punte di freccia) appartenenti al Paleolitico e al Neolitico (Fig. 1);

Fig. 1
Manufatti litici


- una piastrella in faience ritenuta parte della decorazione della piramide di Djoser (Antico Regno) - Fig. 2;

Fig. 2
Piastrella in faience (5,5 x 4 x 1 cm)
dalla piramide di Djoser
(III Dinastia, Antico Regno)

- due statuine in legno (una donna e un uomo - Fig. 3) datate al Primo Periodo Intermedio o al Medio Regno, che probabilmente facevano parte - come modellini - di composizioni più ampie raffiguranti scene di vita quotidiana ed artigianale;

Fig. 3
Statuette lignee raffiguranti
una donna (sx) e un uomo (a dx)
(Primo Periodo Intermedio o Medio Regno)

- una tavola d'offerta in terracotta (del Medio Regno), che rappresenta un'abitazione con cortile, contenente la riproduzione di diversi tipi di cibo (Fig. 4). 

Fig. 4
Tavola d'offerta in terracotta
(Medio Regno)

Seguono alcune vetrine destinate ad accogliere reperti appartenenti alla sfera funeraria:

- cinque maschere di sarcofagi lignei di Epoca Tarda ben conservate (Fig. 5);

- sette esemplari di ushabti in terracotta (uno dei quali recante un'iscrizione dipinta), legno e calcare datati al Nuovo Regno (Fig. 5);

- diversi amuleti di varia tipologia (Fig. 6, 7, 8, 9, 10);

- frammenti di cartonnage che hanno conservato i dettagli cromatici (Fig11 e 12)

due maschere di sarcofago di grande raffinatezza stilistica (Fig. 13).

Fig. 5
In alto: maschere di sarcofago in legno 
(Nuovo Regno ed Epoca Tarda)
In basso: ushabti in terracotta, legno e calcare, di cui uno con iscrizione
(Nuovo Regno)

Fig. 6
Amuleto in osso a forma di pettine
(Epoca bizantina)

Fig. 7
Collana in faience con amuleto
(Epoca greco-romana)
 
Fig. 8
Amuleto in faience (a sx)
e statuetta lignea (a dx)
a forma di ibis
(Epoca tarda)

Fig. 9
Amuleti in forme diverse:
in alto, da sx: sistro, gatta, dea Iside
in basso, da sx: specchio, sfinge, coccodrillo
(Epoca tarda)
 
Fig. 10
Amuleti in forma di occhio-udjat.
In alto a sx: stampo per amuleto raffigurante l'occhio-udjat

Fig. 11
Frammento di maschera funeraria in cartonnage
(Epoca tolemaica o romana)

Fig. 12
Frammento di copertura
per piedi di mummia, in cartonnage
(Epoca tolemaica o romana)

Fig. 13
Maschere di sarcofago antropomorfo, in legno
(XXII Dinastia, Terzo Periodo Intermedio)

All'interno della collezione è inoltre presente una raccolta di bronzetti votivi raffiguranti le principali divinità del pantheon egizio, di età compresa fra il 664 e il 332 a.C., uno specchio in bronzo, diverse statuette di terracotta antropomorfe e zoomorfe di età greco-romana (332 a.C. - 395 d.C.) - Fig. 14 - nonché molte lucerne di epoca romana e bizantina (Fig. 15).

Fig. 14
Vetrina contenente statuette in terracotta e bronzetti

Fig. 15
Lucerne in terracotta
(Età romana e bizantina)

Le vetrine finali sono dedicate a raccogliere pezzi di datazione più recente, come le due "ampolle di San Mena", di epoca copta (313 - 641 d.C.), che i pellegrini diretti al santuario del santo (primo martire cristiano d'Egitto) riempivano di acqua o olio, e una serie di bottiglie, ollette e balsamari in vetro, che coprono un arco temporale che va dalla prima Epoca imperiale romana alla prima Epoca islamica (VII - X sec. d.C.) - Fig. 16.

Fig. 16
a sx: contenitori in vetro (balsamari, ollette, bottigliette)
al centro: statuetta di orante in terracotta (Epoca copta)
a dx: ampolle di San Mena in terracotta (IV-VI sec. d.C.)

E' presente anche un papiro in arabo (Fig. 17) ed un frammento di tessuto in cotone con ricamo in lana, del Periodo Mamelucco (1250 - 1517 d.C.).

Fig. 17
Papiro arabo
(Prima epoca islamica)

Il percorso all'interno della Sezione Egizia termina con tre interessanti reperti provenienti dall'antica civiltà di Elam, in Iran sud-occidentale: si tratta di tre mattoni in terracotta, rinvenuti nel sito di Chogha Zanbil (a 35 km dall'antica Susa) - Fig. 18, 19, 20.
Qui, all'interno del complesso cerimoniale, si è conservata la struttura di una ziqqurat, eretta nel XIV sec. a.C. a scopo di culto; i tre mattoni provengono da questo edificio e su di essi è presente un'iscrizione in lingua elamica che narra della costruzione della ziqqurat (sikratu-me in elamico):

"Io Untash-Napirisha, il figlio di Humpan-umena, il re di Anshan e Susa. Affinchè (io) possa prolungare la mia vita (e) la mia prospera dinastia, (e) non veda la fine ... della mia prole, il sian in mattoni cotti (e) il kukunum in (mattoni) upkum ho costruito. Al dio Inshushinak del Sian-kuk li ho offerti. Io ho innalzato la ziqqurat. Ciò che mi sono sforzato di realizzare possa essere gradito in mio favore al dio Inshushinak."
(Trad. di Gian Pietro Basello - Università degli Studi di Napoli L'Orientale)

Fig. 18
Frammento di mattone in terracotta.
Regno di Untash-Napirisha (XIV sec. a.C.)

Fig. 19
Mattone in terracotta
Regno di Untash-Napirisha (XIV sec. a.C.)

Fig. 20
Frammento di mattone in terracotta.
Regno di Untash-Napirisha (XIV sec. a.C.)

Mentre i reperti conservati nella Sezione Egizia del Museo Civico di Crema e del Cremasco continueranno ad essere oggetto di studi ed approfondimenti, un'ulteriore crescita della raccolta è già in programma per i mesi futuri: grazie alle donazioni di Giampiero Guerreschi (1916-2006) e Mariacarla Pozzi (1924-2021), la collezione potrà infatti arricchirsi di nuovi preziosi oggetti, creando così nuove opportunità di ricerca e valorizzando ancor più questa interessante sezione del Museo.

domenica 13 febbraio 2022

Cantare l'amore nell'antico Egitto

Fig. 1
Papiro Harris 500, recto, Plate 11

Fig. 2
Papiro Harris 500, recto, Plate 12


Papiro Harris 500

Canto d'amore Stanza n° 4

(Raccolta II - r° 4 Pl. 11, riga 11 - r° 5 Pl. 12, righe 1-3)


(Voce femminile)

Esco [a cercare] il tuo amore

perché il mio cuore resti in me

Un dolce zuccherino

è per me sale,

il vino dolce, nella mia bocca,

come fiele d’uccelli.

L’odore del tuo respiro,

solo, fa rivivere il mio cuore.

Ho scoperto che Amon

ti ha dato a me

per sempre, eternamente.


Traduzione tratta da: M. Betrò, V. Simini, Sono venuta correndo a cercarti. Canzoni e musica nell'antico Egitto, Edizioni ETS, Pisa 2009.


Il Papiro Harris 500 (conservato al British Museum - BM 10060 - e di provenienza tebana) ha tramandato, fra diversi testi letterari, tre raccolte di canti d’amore, trascritte in ieratico nel XII sec. a.C. (Nuovo Regno).

Le liriche d'amore sono un genere letterario tipico del Nuovo Regno (circoscritto all'età ramesside) e dotato di una vera e propria configurazione metrica.

Si tratta di poesie destinate ad essere cantate o recitate con accompagnamento musicale: pur non essendo giunte a noi attestazioni riguardanti la grafia musicale, lo stesso Papiro Harris 500 chiama questi testi “heset” (Hs.t) termine che significa “canto”.

La canzone qui proposta (stanza n° 4) fa parte della seconda raccolta del papiro, intitolata “Inizio dei canti per distrarre il cuore”.

Il titolo della raccolta è trascritto in colore rosso (Fig. 1, riga 1), per differenziarla dal corpo del testo (in nero).

Le singole strofe/stanze della poesia sono identificate da un segno di chiusura, anch’esso in rosso (Fig. 2, righe 3, 6, 8 e 12).

Nelle raccolte i canti sono recitati alternativamente da una voce maschile ed una femminile, come in una sorta di duetto musicale: nella stanza n° 4 sopra proposta è un personaggio femminile che parla, descrivendo il forte sentimento amoroso che prova nei confronti dell’amato.

Il diretto riferimento ai sensi del gusto e dell’olfatto, rivela come l’innamoramento venisse percepito in stretta connessione con il corpo, lasciando trapelare il desiderio e l’aspettativa amorosa che crescevano nel cuore di colei che recitava la poesia.

I canti d’amore, trascritti in un registro di linguaggio elevato e recanti diversi riferimenti ad abitazioni di prestigio, carri e cavalli, non sono espressione di una tradizione popolare ma descrivono una società aristocratica e colta, riflettendo inoltre dal punto di vista filologico un'accurata ricerca stilistica.


Bibliografia:

- M. Betrò, V. Simini, Sono venuta correndo a cercarti. Canzoni e musica nell'antico Egitto, Edizioni ETS, Pisa 2009;

- S. Donadoni, La letteratura egizia, Lindau, Torino 2020;

- Immagini: https://www.britishmuseum.org/collection/object/Y_EA10060 


RIPRODUZIONE RISERVATA

venerdì 7 gennaio 2022

I rilievi neo-assiri del Museo Barracco di Roma

Il Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco di Roma conserva una ricca collezione di arte mesopotamica che comprende reperti provenienti dagli scavi condotti durante il 1800 da missioni archeologiche inglesi e francesi.  

Gli oggetti e le opere vennero acquistati sul mercato antiquario da Giovanni Barracco che, nutrendo una forte passione per le antichità, li collezionò esponendoli nel proprio appartamento in Via del Corso a Roma (da li vennero poi trasferiti nel palazzo che oggi ospita il Museo, in corso Vittorio Emanuele n. 168).

La raccolta è costituita prevalentemente da una serie di frammenti di rilievi assiri, provenienti dal Palazzo Nord-Ovest di Kalkhu (oggi Nimrud), dal Palazzo di Sargon II Dur Sharrukin (Khorsabad) e dal Palazzo Nord di Ninive (la cittadella di Quyunjik) e datati ai regni di Assurnasirpal II (883-859 a.C.), Sennacherib (704-681 a.C.) e Assurbanipal (668-627 a.C.).

La scelta delle opere non era stata casuale. Giovanni Barracco sosteneva infatti che:

"basta un certo numero di frammenti ben scelti...per comporre una succinta storia della scultura antica [...] la loro ricomposizione richiede un lavoro mentale...carissimo alle persone di fantasia mobile e coltivata."

Secondo Barracco il "frammento" stimolava la curiosità di chi lo osservava, spingendolo ad adoperarsi per ricostruirne il contesto storico e narrativo.

Anche l'orizzonte temporale entro il quale datano i rilievi (IX e il VII sec. a.C.) era stato selezionato intenzionalmente, essendo volontà del collezionista di rappresentare due periodi specifici dell'arte assira:

"[...] quello di Assur-nazir-habal e quello dei Sargonidi [...]". 

Assurnasirpal II, Sennacherib e Assurbanipal, ai cui regni sono attribuibili i frammenti, governarono durante l'età neo-assira, l'epoca di maggior fioritura dell'impero.

I rilievi erano stati realizzati allo scopo di decorare le pareti dei palazzi reali di questi sovrani: Assurnasirpal II lo costruì a Kalkhu, che fu anche capitale monumentale dell'impero neo-assiro, mentre Sennacherib e Assurbanipal (quest'ultimo denominato "Sardanapalo" nei testi biblici) la trasferirono a Ninive, edificando qui la propria residenza reale (rispettivamente il Palazzo Sud-Ovest detto anche "Palazzo senza rivali" e il Palazzo Nord).

I sovrani neo-assiri erano infatti re-costruttori: si impegnavano in imprese edilizie di grande respiro, edificando templi e palazzi o dedicandosi ad opere di restauro di quelli già esistenti.

I rilievi avevano lo scopo di narrare le imprese del sovrano e, per loro tramite, egli dava testimonianza della sua potenza e dei suoi successi, trasformando così il programma figurativo della propria residenza in un potente strumento di comunicazione.

I rilievi in calcare seguivano due tematiche principali: le campagne militari e le scene di caccia.

I frammenti provenienti da Ninive e da Khorsabad (Fig. da 1 a 10) raffigurano arcieri, soldati, cavalli, fuggitivi, deportati e il trasporto di una preda di caccia.

Fig. 1 Rilievo con arcieri che scoccano frecce dai loro archi. Calcare con tracce di pittura, Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord di Ninive

Fig. 2
Rilievo con arcieri elamiti in alta uniforme.
Calcare,
Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord di Ninive.

Fig. 3
Rilievo con soldati e cavalli.
Calcare con tracce di pittura,
Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord di Ninive

Fig. 4
Rilievo con fuggitivi babilonesi in un canneto.
Calcare,
Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord o Sud-Ovest di Ninive.

Fig. 5
Rilievo con la preda della caccia.
Calcare,
Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord di Ninive.

Fig. 6
Rilievo con donne deportate.
Calcare alabastrino,
Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord di Ninive.

Fig. 7
Rilievo con donna deportata.
Calcare alabastrino,
Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord di Ninive.

Fig. 8
Rilievo con guerrieri elamiti.
Calcare,
Impero neo-assiro, regno di Assurbanipal (668-627 a.C.),
dal Palazzo Nord di Ninive.

Fig. 9
Rilievo con cavalieri e soldati armati di fionda in azione bellica.
Calcare,
Impero neo-assiro, regno di Sennacherib (704-681 a.C.),
dal Palazzo Sud-Ovest di Ninive, Stanza 68.

Fig. 10
Rilievo con arcieri in marcia.
Calcare,
Impero neo-assiro, regno di Sennacherib (704-681 a.C.),
dal Palazzo di Sargon II a Khorsabad o dal Palazzo Sud-Ovest di Ninive.

Uno dei frammenti di rilievo conservati nel Museo (Fig. 11) proveniente dal Palazzo Nord-Ovest di Nimrud e datato al regno di Assurnasirpal II (883-859 a.C.), raffigura un genio alato inginocchiato.
Accanto alle imprese di guerra e di caccia, il programma decorativo di questo edificio narrava infatti anche scene mitiche, raffigurando esseri fantastici come questo genio alato, inginocchiato probabilmente a fianco dell'albero sacro, a simboleggiare forse un rituale di purificazione connesso alla battaglia.

Fig. 11
Rilievo con genio alato inginocchiato.
Calcare alabastrino,
Impero neo-assiro, regno di Assurnasirpal II (883-859 a.C.),
dal Palazzo Nord-Ovest di Nimrud, Stanza I.

Le figurazioni all'interno dei palazzi (che fossero narratrici di gesta epiche o di concezioni mitico-simboliche)  avevano la funzione di esaltare il sovrano come restauratore e garante dell'ordine universale sulla terra; le sue imprese erano emanazione della volontà divina, le sue azioni erano volte al trionfo dell'ordine sul caos.
Se da un lato i programmi decorativi erano espressione di un desiderio propagandistico, dall'altro con essi si manifestava la credenza che, nel dedicarsi all'arte palatina e templare, si potesse accogliere il favore degli dei.

RIPRODUZIONE RISERVATA - La Via degli Antichi

mercoledì 5 gennaio 2022

La collezione egizia del Museo Nazionale di Ravenna

Il Museo Nazionale di Ravenna si trova all'interno del Complesso di San Vitale (in Via San Vitale n. 17, dove un tempo sorgeva il monastero benedettino) e, dal 1885, ospita un'importante collezione di reperti archeologici, sculture, oggetti d'arte, costituita in origine dalle raccolte dei monaci delle abbazie di Ravenna (in particolare dei monaci camaldolesi di Classe).

Veduta del Complesso di San Vitale e, sulla sinistra, dell'ingresso al Museo Nazionale di Ravenna

Arco di ingresso del complesso di San Vitale




Chiostro del convento di San Vitale

La passeggiata inizia lungo i chiostri al piano terra, dove si possono ammirare bassorilievi, epigrafi, stele funerarie, sarcofagi, erme, costituenti la collezione lapidea che va dall'età romana fino al periodo Barocco. Attraverso uno scalone monumentale settecentesco, si sale poi al primo piano dell'edificio.

Lo scalone monumentale progettato dal monaco Benedetto Fiandrini
nel 1790
 
Copertura di evangeliario detta "Dittico di Murano"
Avorio, Egitto (?), prima metà del VI secolo 

E' qui che, nelle diverse sale, si snodano le collezioni cittadine, fra le quali un bellissimo complesso di mobili in legno dipinto destinati ad arredare la farmacia settecentesca "de' Mori" di Via Mazzini, ma anche numerose placchette, icone, avori, gioielli, ceramiche, mosaici, affreschi, nonché un'interessante raccolta di opere provenienti dall’Antico Egitto.
Si tratta di reperti appartenuti prevalentemente ad antiche collezioni classensi: troviamo ushabti, bronzetti, amuleti, un telo funerario, un bellissimo esemplare di maschera in cartonnage, tessuti ed oggetti copti.
Alcuni di questi oggetti, donati nel corso del tempo al Museo Nazionale di Ravenna, sono esposti all'interno di una sala denominata "Curiosity Room" (Gabinetto delle Curiosità), ispirata alle Wunderkammern, cioè spazi privati nei quali, a partire dal Rinascimento e fino al periodo dell'Illuminismo, venivano raccolti oggetti di varia natura, creati dalle mani dell'uomo, i cosiddetti artificialia (fra cui reperti archeologici, oggetti esotici, avori, monete, ecc.).
In una delle vetrine di questo "Gabinetto delle Curiosità" sono presenti:
  • una decina di ushabti (𓅱𓈙𓃀𓏏𓏭𓀾 wšbtj) ovvero statuette che rappresentano il defunto mummiforme e che venivano poste all’interno del corredo funerario al fine di poter “sostituire” il defunto stesso nei compiti che, secondo la credenza degli antichi Egizi, dovevano essere svolti nell’aldilà. La parola “ushabti” deriva dal verbo “wšb” (usheb 𓅱𓈙𓃀𓏴𓀁) “rispondere” e significa “il rispondente”, “colui che risponde”; nelle formule iscritte su queste statuette, riprese dal capitolo VI del Libro dei Morti, l’ushabti viene infatti esortato a prendere il posto del defunto per eseguire gli stessi lavori che occorrevano durante la vita quotidiana, ovvero coltivare i campi, irrigare i canali, trasportare la sabbia, ecc. garantendo così la sopravvivenza eterna del defunto.
  • un amuleto a forma di pilastro djed (Ged), simbolo di stabilità, che in origine rappresentava probabilmente un fascio di steli legati, e che divenne poi in seguito - a partire dal Nuovo Regno, iconografia della spina dorsale del dio Osiride.
  • un bronzetto che rappresenta Min, dio della fertilità, mummiforme ed itifallico, con il braccio destro sollevato (ad impugnare il flagello, oggi perduto) e con indosso il copricapo a due piume a nastro.
Ushabti

Da sinistra: amuleto a forma di pilastro djed (Ged) e ushabti
 
Bronzetto del dio Min

Verso il termine del percorso, si incontrano alcuni oggetti egizi presumibilmente di età tolemaica, fra i quali una maschera funeraria in cartonnage - tela stuccata e dipinta - di lino e gesso ed un telo funerario di lino).

Maschera funeraria in cartonnage di lino e gesso con doratura.
Egitto, Epoca Tolemaica (323-30 a.C.)

Telo funerario in lino.
Egitto, Epoca Tolemaica (323-30 a.C.).

Telo funerario in lino, particolare dell'iscrizione.
Egitto, Epoca Tolemaica (323-30 a.C.).

Telo funerario in lino.
Egitto, Epoca Tolemaica (323-30 a.C.).

Nella sala è inoltre presente una vetrina dedicata ad alcuni oggetti di uso funerario, datati tra l'VIII e il IV sec. a.C.; spicca in particolare un amuleto di pietra, al centro del quale è scolpito a bassorilievo uno scarabeo, che nell'antico Egitto veniva chiamato ḫprj "Khepri".
Il nome, che trae la sua radice dal verbo ḫpr (kheper) "esistere", "venire all'esistenza", "trasformarsi", deriva dalla particolare attività svolta dal coleottero, che spinge o sposta con le sue zampe la pallina per dare nutrimento alla propria prole.
Associando tale movimento al percorso del sole nel cielo, l'insetto venne così utilizzato come iconografia dell'astro che sorge ogni mattina ed assunto a simbolo di rigenerazione e di rinnovamento, anche nell'aldilà.

Da sinistra: amuleto a scarabeo in pietra/faïence dipinta; pilastro djed (Ged)

Accanto all'amuleto se ne trova un altro a forma di pilastro djed, due statuette di divinità (una purtroppo frammentaria, che rappresenta Ptah, e l'altra in bronzo, che raffigura Osiride) e, per finire, una raccolta di tredici ushabti, alcuni completi di iscrizione, altri anepigrafi.

Da sinistra: frammento di statuetta del dio Ptah mummiforme (in materiale lapideo)
e bronzetto di Osiride

Ushabti

RIPRODUZIONE RISERVATA - La Via degli Antichi