domenica 11 aprile 2021

The Rise of Aten

L'8 aprile 2021 è stata annunciata da Zahi Hawass la scoperta di un insediamento nei pressi di Medinet Habu (Luxor), tra il tempio funerario di Ramesse III e quello di Amenhotep III.



Si tratta di una città realizzata in mattoni di fango, avente scopo artigianale, amministrativo, residenziale e risalente alla metà del XIV sec. a.C.; la città venne infatti costruita da Amenhotep III neb-mAat-Ra (faraone della XVIII Dinastia - che regnò tra il 1388 e il 1350 a.C.), come testimoniano i sigilli impressi sui mattoni.



L'insediamento, riemerso in ottime condizioni (alcune mura raggiungono un'altezza di quasi 3 metri) porta il nome "
The Rise of Aten" (Il sorgere di Aton) ed è stato scoperto durante gli scavi condotti (a partire da settembre 2020) dalla missione egiziana diretta da Zahi Hawass per ricercare il tempio funerario di Tutankhamon.




La città si compone di quartieri residenziali e laboratori artigianali (tra cui un panificio, completo di forni e stoviglie, e zone per la filatura e la tessitura) che si sviluppano lungo le strade costeggiate da pareti a forma di S (architettura sinusoidale tipica della fine della XVIII Dinastia).



Dagli scavi sono stati rinvenuti diversi e bellissimi vasi dipinti, anelli (recanti il cartiglio di Amenhotep III e della sua regina Tiy), collane, scarabei, amuleti in faience, ushabti, elementi decorativi vari; si presuppone che alcuni di essi siano stati prodotti nel villaggio stesso, vista la presenza di stampi tra il materiale ritrovato.







Sono inoltre state riportate alla luce una sepoltura umana (inconsueta in quanto il defunto è posizionato con le braccia tese di lato e le ginocchia avvolte da una corda), di bestiame (toro/mucca) e un pesce persico.






Gli scavi proseguiranno in alcune aree della città ancora meno indagate, quali ad esempio la zona settentrionale, dove è stato scoperto una grande cimitero con tombe scavate nella roccia, le aree artigianali per la lavorazione del vetro e del metallo e quelle amministrative. 


Un'iscrizione riportata su un recipiente contenente un grande quantitativo di carne (circa 10 kg, forse essiccata o bollita) dimostra come l'insediamento fu in uso anche durante il periodo in cui Amenhotep IV (Akhenaton) governò il regno in co-reggenza con il padre, Amenhotep III:


"Anno 37, carne condita per la terza festa Heb Sed

del macello del recinto del bestiame di Kha,

preparata dal macellaio Iuwy"


Questa festa-giubileo si tenne infatti nel 1351 a.C. circa.



Il dato è ulteriormente confermato da un'altra importante iscrizione impressa su un sigillo di fango e riportante la dicitura "Gm-pA-Jtn" (ghem pa Aton - trad. "il dominio del luminoso Aton") che è il nome di un tempio costruito proprio da Amenhotep IV a Karnak.


Nell'anno successivo a quello indicato nell'iscrizione del vaso contenente la carne, e a seguito del trasferimento della capitale ad Amarna, la città venne probabilmente abbandonata e riprese poi (per motivazioni ad oggi ancora ignote) ad essere utilizzata dai successivi faraoni Tutankhamon e Ay (fine della XVIII Dinastia).


Image/Photo credits:

Zahi Hawass

www.dailymail.co.uk 

domenica 7 marzo 2021

Sistrum

Il sistro era uno strumento musicale che, per le parti metalliche (in questo caso in bronzo) che lo componevano, produceva un tintinnio se agitato come una specie di sonaglio.

Il geroglifico che indicava il sistro era 𓏣 sššt, la cui pronuncia (sesheshet) aveva un valore onomatopeico.
I sistri rappresentati nell’immagine, della tipologia “ad arco”, risalgono alla XXVI Dinastia - Epoca Tolemaica e presentano un manico l’uno a gambo di papiro, l’altro formato dal dio Bes(?) e, sopra, dalla testa di Hathor sormontata a sua volta da un naos.
Questo strumento musicale era associato al culto di Hathor e poteva accompagnare riti templari.

Gli oggetti sono esposti presso il Museo Archeologico di Bologna.



sabato 13 febbraio 2021

Amore eterno

Gruppo statuario in calcare dipinto che rappresenta i coniugi Amenhotep (“primo profeta di Ptah) e Merit (“musicista di Amon”), conservato presso il Museo Archeologico di Bologna.

I loro otto figli (quattro femmine e quattro maschi) sono scolpiti ad incavo e ad altorilievo sul seggio sopra al quale siedono i genitori.
L’opera, di provenienza tebana, è stata datata tra la fine della XVIII e l’inizio della XIX Dinastia.



Buon San Valentino by La Via degli Antichi


domenica 3 gennaio 2021

Der Ägyptische Hof “Reise ins Jenseits” des Neuen Museums - Berlin

La sala egizia “Viaggio nell’Aldilà” del Neues Museums di Berlino, dove il nuovo e l’antico si incontrano.

Le sale che ospitano le collezioni egizie del Neues Museum furono create nel 1855.
Durante la seconda guerra mondiale l’edificio venne distrutto (così come gli altri palazzi facenti parte dell’attuale MuseumsInsel, ovvero l'Isola dei Musei) e restaurato a partire dagli anni 2000, su progetto dell’architetto David Chipperfield.
Le pitture murali e gli ornamenti originali del palazzo sono stati preservati ed integrati armoniosamente nell’organizzazione moderna degli spazi.
L’interazione tra l’antico e il nuovo - che peraltro è un carattere tipico della città di Berlino - rende il percorso espositivo del Neues Museum particolarmente suggestivo.



Il mito della creazione nell'antico Egitto


Secondo la tradizione, il sole (Atum-Ra) sarebbe emerso da un caos liquido e buio (il Nun), ergendosi da una collina primordiale/uovo cosmico/fiore di loto, dando così inizio alla creazione del mondo come luce che illumina il buio preesistente.

Nel mito eliopolitano Atum-Ra dà origine alla cosiddetta Enneade ovvero il gruppo di nove divinità: Shu (aria) e Tefnut (fuoco) che a loro volta generano Geb (terra) e Nut (cielo) e a seguire Iside, Osiride, Seth e Nefti, Horus il Vecchio.

L’immagine è stata scattata alla mostra "Sotto il Cielo di Nut. Egitto Divino" presso il 

La biblioteca de La Via degli Antichi

In quest’opera Sergio Donadoni (1914-2015), egittologo e docente universitario di Egittologia presso l’Università La Sapienza di Roma, raccoglie testi e scritti dell’antico Egitto, spesso giunti a noi in forma frammentaria, e ne traccia nel contempo un chiaro profilo storico; stabilisce le connessioni e le fondamentali differenze esistenti fra i testi stessi, reintroducendoli nel proprio contesto di riferimento.

giovedì 24 dicembre 2020

Nell’Antico Egitto Iside era legata alla regalità, alla magia ma anche e soprattutto alla maternità, essendo venerata come dea madre.

Numerose statuette la raffigurano seduta, nell’atto di allattare il figlio, Horus: questo tipo di iconografia (Isis lactans) è proprio rappresentativa del ruolo che ricopriva Iside come dea madre amorevole e che emerge dal mito osiriaco: fu infatti Iside a ridare la vita al fratello -e marito- Osiride, dopo l’uccisione avvenuta per mano di Seth.
Le festività natalizie sono la celebrazione della nascita, pertanto è con questa immagine scattata al Museo Civico Archeologico di Bologna che invio a tutti i lettori il mio augurio per un sereno Natale.



lunedì 14 dicembre 2020

Le ampolle di San Mena

Il santuario di Abu Mena in Egitto era tra i più importanti luoghi di pellegrinaggio cristiani dell’Alto Medioevo.
Mena fu un martire egiziano ucciso a Cotyaeum, in Frigia (una regione dell’Anatolia); dopo la morte il suo corpo venne ricondotto e sepolto nei pressi di Alessandria d’Egitto dove, a partire dal IV sec. d.C. circa, venne costruito - attorno alla sua tomba - il santuario di Abu Mena.
Le ampolle di San Mena, testimonianza della devozione nei confronti del martire - diffusa in gran parte del Mediterraneo - contenevano acqua benedetta avente lo scopo di proteggere i pellegrini che si recavano al santuario.
Le ampolle presentano un’iconografia ricorrente: San Mena in abiti militari e atteggiamento orante, affiancato da due cammelli inginocchiati ai suoi piedi e da due croci ai lati del capo.
A sinistra: ampolla in terracotta, VI-VII sec. d.C., collezione Palagi, Museo Civico Archeologico di Bologna.
A destra: ampolla in terracotta, metà VII sec. d.C., Museo Civico Archeologico di Modena.



 

mercoledì 25 novembre 2020

Figurine antropomorfe in terracotta, Bronzo Antico III-IV (seconda metà del III millennio a.C.), provenienti dalla Valle del Medio Eufrate e Gezira siriana occidentale, accanto ad una figurina femminile (ultima a destra), sempre in terracotta, ma datata al Bronzo Medio IIB (XVII sec. a.C.), proveniente dalla Siria settentrionale o dalla Valle del Medio Eufrate.
La figurina femminile rappresenta una donna nuda, che porta le mani ai seni: esemplari di questo tipo sono stati rinvenuti in grande quantità (ad esempio ad Ebla) in contesti funerari, templari, palatini ma anche domestici.
La funzione di tali figurine non è chiara ma sicuramente veicolavano valori simbolici (come la fertilità) ed è probabile che fossero ricollegate al culto della dea Ishtar.


 

domenica 15 novembre 2020

La collezione egiziana del Museo Archeologico di Bologna

La collezione egiziana del Museo Archeologico di Bologna venne istituita ufficialmente nel 1881, in occasione dell'inaugurazione del Museo Civico stesso, a Palazzo Galvani.

La raccolta è il frutto di una storia iniziata tempo prima: i 4.000 oggetti ad essa appartenenti, sono infatti il risultato dell’unione di differenti collezioni, formatesi a partire dal 1600 grazie al lavoro e all’interesse che numerosi personaggi storici bolognesi ebbero nei confronti dell'antico Egitto, fra i quali Ulisse Aldrovandi (1522-1605), Ferdinando Cospi (1606-1686), Luigi Ferdinando Marsili (1658-1730), Prospero Lambertini - alias Papa Benedetto XIV (1675-1758) - e Pelagio Pelagi (1775-1860).

Fino al 1994, la collezione egiziana era collocata al primo piano di Palazzo Galvani, in tre sale decorate a tema, con motivi floreali egittizzanti; se la memoria non mi inganna, la mia prima visita al Museo risale a quegli anni, e ricordo l’atmosfera che si respirava nel percorso attraverso le sale dal soffitto altissimo, le vetrine in legno e gli alti basamenti che sorreggevano sculture in basalto. Il tutto aveva un fascino molto ottocentesco, richiamando alla mente il periodo post-napoleonico e la fioritura del mercato antiquario; il rigido ordinamento per tipologia di oggetti andava tuttavia sicuramente a discapito della contestualizzazione storica dei singoli reperti.

Tra gli obiettivi della nuova collocazione della collezione egiziana - oggi al piano interrato del palazzo - c’è stata anche la volontà di creare un percorso museale di tipo differente, che vuole introdurre il visitatore non solo alla osservazione degli oggetti, ma ad un vero e proprio cammino nella storia e nella cultura dell’antico Egitto, rendendo la raccolta stessa strumento intrinseco di questo itinerario.


Fig. 1
Il corridoio di ingresso della Sezione Egizia

L’ingresso alla Sezione Egizia avviene attraversando un corridoio di accesso (Fig. 1), dove, lungo le pareti, sono esposti gli splendidi rilievi provenienti dalla Tomba di Horemheb a Saqqara e facenti parte del nucleo della collezione Palagi.

Ad, Horemheb, prima militare e poi ultimo sovrano della XVIII Dinastia (1332-1323 a.C.), appartengono tre tombe, una a Tell el-Amarna, quella di Saqqara, e una terza a Tebe, nella Valle dei Re, dove venne effettivamente sepolto.

I rilievi della seconda tomba di Saqqara, dopo essere stati oggetto di vendita a diversi musei d’Europa, vennero acquisiti prima da Giuseppe Nizzoli e poi da Pelagio Palagi, che a sua volta li donò a Bologna.

Altri rilievi appartenenti alla stessa tomba si trovano a Berlino e a Leiden.

Assieme ad essi, sono presenti anche un anello in corniola rossa, sempre di Horemheb, e una stele del suo sacerdote, Ptahpatener, dedicata ad Osiride, Ra-Harakhte e Horemheb, e collocata in modo da poterne vedere il fronte (Fig. 2) e il retro (Fig. 3, dove è rappresentata la dea del sicomoro).

Fig. 2
Stele di Ptahpatener
XIX Dinastia (1292-1186 a.C.)
Calcare (fronte)
Fig. 3
Stele di Ptahpatener

XIX Dinastia (1292-1186 a.C.)
Calcare (retro)


Si prosegue poi con altri rilievi provenienti sempre dalla necropoli di Saqqara e datati al Nuovo Regno.
Ecco che a questo punto, terminato il corridoio di entrata, un atrio circondato da immagini panoramiche dell’Egitto prepara il visitatore all’ingresso nel cuore della Collezione Egizia: il percorso cronologico dalle origini dell’antico Egitto all’Età romana (Fig. 4).

Fig. 4

Bellissimi sarcofagi in legno stuccato e dipinto scandiscono il tragitto lungo le vetrine, ricche di oggetti di pregio, ben disposti; fra i materiali datati all'Antico Regno, spiccano due splendidi esemplari di poggiatesta a due colonne, in avorio e in legno (Fig. 5).

Fig. 5
Poggiatesta a due colonne
sx: III-IV Dinastia (2705-2520 a.C.) avorio di ippopotamo
dx: III-VI Dinastia (2705-2195 a.C.) legno, lino 

A seguire, numerose stele (alcune policrome) accompagnano il percorso attraverso il Medio e Nuovo Regno, durante il quale è possibile ammirare anche una cista di vasi canopi - Fig. 6 -(XII-XIII Dinastia) unica nel suo genere, in quanto i vasi sono stati scavati nello stesso blocco di calcare della cista che li contiene (unica parte mobile sono i coperchi a testa umana).
Fig. 6
Cista anepigrafe con vasi canopi scolpiti all'interno
XII-XIII Dinastia (1938-1640 a.C.)
Calcare

Per quanto riguarda la sezione dal Nuovo Regno in avanti, colpisce la parete di ushabti (Fig. 7) ovvero le statuette che dovevano sostituire il defunto nei compiti che egli avrebbe dovuto svolgere nell'aldilà: la disposizione su più livelli in vetro, il raggruppamento per appartenenza al defunto e per tipologia/materiale, ne permettono una fruizione e comprensione davvero ottimali.

Fig. 7
Una delle vetrine di ushabti

Non mancano anche diversi esemplari di coni funerari, provenienti da Tebe, con iscrizioni ben visibili e leggibili (Fig. 8).

Fig. 8
Gruppo di coni funerari
XVIII Dinastia (1539-1292 a.C.)
Terracotta

Statuette di divinità (Iside, Osiride - Fig. 9 - Horus Arpocrate, Ptah, Amon, Khonsu, Nefertum, ecc., in gran parte bronzee) si trovano subito dopo e seguono lo stesso criterio di disposizione.

Fig. 9
Osiride
XXVI Dinastia - Età Tolemaica (664-31 a.C.)
Bronzo, avorio (intarsio occhi), oro

Al termine della sala principale è possibile poi visitare una sezione dedicata a tematiche specifiche della civiltà egizia quali la magia, la scrittura e il culto funerario; è qui che troviamo infatti, per cominciare, un'intera vetrina dedicata agli amuleti (di numerose tipologie, aventi ognuna una propria funzione) - Fig. 10 - e poi, a seguire, tavolette per scriba, papiri, nonché bellissimi esemplari di oggetti facenti parte del corredo della mummia (Fig. 11).

Fig. 10
Amuleti


Fig. 11

E' presente anche una vetrina (Fig. 12) che ricostruisce un corredo tipico dell'Età Tarda, con oggetti di varia provenienza (un sarcofago a cassa, il sarcofago antropoide interno e la mummia di Usai, vissuto a Tebe durante la XXVI Dinastia, con il proprio pettorale usekh - la reticella in faience turchese che doveva proteggere il corpo del defunto schermandolo da qualsiasi deterioramento - un poggiatesta, un paio di sandali, degli ushabti e i vasi canopi). 

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Fig. 12

Sempre in questa sala, sono raccolti alcuni oggetti appartenenti all'Età Copta (Fig. 13), fra cui stele in calcare provenienti da un monastero della necropoli di Saqqara e delle ampolle di San Mena, in terracotta, datate al VI-VII sec. d.C., che che contenevano acqua benedetta avente lo scopo di proteggere i pellegrini che si recavano al santuario del martire Mena, a sud di Alessandria.

Fig. 13
Ampolla
 di San Mena
VI-VII sec. d.C.
Terracotta

Per finire, una parte della sala è stata destinata ad accogliere pezzi provenienti dall'antica Mesopotamia, appartenenti alla "Collezione Ancarani".
Tra il 2012 e il 2014 Monsignor Nevio Ancarani, del Capitolo Metropolitano di San Pietro, donò infatti al Museo Civico Archeologico di Bologna una collezione di 196 reperti, tra i quali figurine  femminili della cultura di Halaf (metà IV millennio a.C., alta Mesopotamia), in terracotta dipinta, figurine antropomorfe del Bronzo Antico III-IV (seconda metà del III millennio a.C., dalla Valle del Medio Eufrate e Gezira occidentale), del Bronzo Medio (XVII sec. a.C., dalla Siria settentrionale o valle del Medio Eufrate) e dell'Età del Ferro II-IV (VIII-VI sec. a.C., dalla zona del Levante centro-settentrionale), nonché sigilli cilindrici e a stampo, coni, chiodi e tavolette iscritte in cuneiforme (testi amministrativi, legali, commerciali - Fig. 14).

Fig. 14
Tavolette cuneiformi

In conclusione, la Collezione Egiziana del Museo Archeologico di Bologna costituisce una raccolta di straordinario valore, non solo per i capolavori che essa ospita in maniera permanente, ma anche in quanto propone un itinerario che, unendo il metodo scientifico all'impatto visivo, accompagna e coinvolge il visitatore in un percorso di grande interesse.

lunedì 2 novembre 2020

Le tavole delle offerte erano lastre destinate a rappresentare ed accogliere le offerte funerarie che venivano fatte per i defunti presso la loro tomba, in occasione di cerimonie e rituali che avevano la funzione di sostentare il defunto e garantirne il benessere nell’aldilà; questa tavola in particolare, in arenaria grigia, è conservata presso i Musei Civici di Reggio Emilia e rappresenta pani ed offerte animali e vegetali, assieme ad un canaletto di scolo che conduce a due bacini di raccolta, probabilmente per l’irrorazione magico-rituale delle vivande votive con l’acqua.

La tavola è incorniciata da due iscrizioni speculari in geroglifico, che, iniziando con la consueta formula di offerta ḥtp-dj-nswt (hetep-di-nesut), recitano:

“Un’offerta fatta ad Upuaut, signore della necropoli, (affinché) egli conceda un’offerta funeraria (consistente in) pane, birra, buoi, volatili, alabastro e vesti per il ka del tesoriere ed economo del direttore dei lavori, (a) Ra[...], giustificato”.

“Un’offerta fatta a Min-Horus, il possente, (affinchè) egli conceda un’offerta funeraria (consistente in) pane, birra, buoi, volatili, alabastro e vesti per il ka del tesoriere ed economo del direttore dei lavori, Ra[...], giustificato.”

La tavola per offerte proviene probabilmente dalla necropoli di Abido ed è datata al Medio Regno.



Statua calcarea (probabilmente votiva) di Meretsegher 𓌸𓊃𓎼𓂋𓀁𓆗 (Mrt-sgr), la dea serpente venerata a Deir el-Medina, custode del villaggio e della necropoli.

Meretsegher è una divinità protettrice e misericordiosa ma anche severa (“essa sorride con il sorriso di un leone selvaggio, perseguita colui che trasgredisce contro di lei”).
La dea infligge infatti anche punizioni, come quella di Neferabu, il “servitore nella Sede della Verità”, che racconta, nel testo di una stele conservata al Museo Egizio di Torino e ora esposta al Museo Archeologico di Milano, di aver offeso Meretsegher e di essere quindi stato punito con una malattia, dalla quale è guarito dopo aver recitato numerose preghiere rivolte ala dea.
Secondo il racconto, il perdono della dea sarebbe giunto sotto forma di una gentile brezza che ha portato via con sè ogni male.



martedì 13 ottobre 2020

Rituale magico di Uhhamuwa contro una pestilenza

Fra i testi appartenenti alla civiltà ittita esistono rituali magici contro le pestilenze; alcuni di questi sono stati ritrovati nelle biblioteche di Boghazköy/Hattusa, capitale dell’Impero ittita, fondata probabilmente nel XVIII sec. a.C. e situata nell’attuale Turchia.
Visto il momento storico in cui ci troviamo, voglio proporvi uno di questi testi, cosiddetti “arzawiti” per la loro provenienza dalle regioni dell’Anatolia sud-occidentale, ovvero i “paesi di Arzawa”, e la cui traduzione è tratta dal volume “Antologia della Letteratura Ittita” scritto dal Prof. Giuseppe Del Monte, storico docente dell’Università di Pisa, che ho avuto la fortuna di conoscere.


Così (parla) Uhhamuwa, uomo di Arzawa:
se si sta morendo (per una pestilenza) nel paese, e se l’ha cagionata una divinità nemica, così opero: si porta un ariete, si intreccia lana azzurra, lana rossa, lana gialla, lana nera e lana bianca
e se ne fa una corona di lana.
Si incorona l’ariete, si spinge l’ariete sulla strada per il (paese) nemico e così gli si dice:
<Dio del nemico che ha cagionato questa pestilenza:
ecco a te, o dio, mandiamo questo ariete incoronato, per pacificazione.
Come il forte canto fa fare la pace con questo ariete, così tu, o divinità che hai cagionato questa pestilenza, fa pace con il paese di Hattusa e volgiti benevolmente verso il paese di Hattusa!>.
Quindi si spinge via verso il paese nemico l’ariete incoronato.
Poi si porta foraggio e grasso per i cavalli della divinità e si dice così:
<I cavalli (che) tieni aggiogati mangino questo foraggio e siano sazi!
Il tuo carro sia spalmato di grasso e tu, o dio, o Tarhunta, volgiti verso il tuo paese,
ma volgiti benigno verso il paese di Hattusa!>.
Quindi si porta un caprone e due pecore e si offre il caprone ai Sette (e) una pecora al Sole.
Si uccide l’(altra) pecora e la si arrostisce, poi si porta un formaggio, un pezzo di caglio, un vassoio di pagnotte lievitate, una tazza di vino, una tazza di birra (e) frutta e li offrono alla divinità della strada.

Statuetta votiva di Osiride

Tra le numerose statuette votive di Osiride prodotte in bronzo, questa spicca per la sua particolare bellezza.

La realizzazione in bronzo dorato e pasta vitrea, gli conferisce luminosità e raffinatezza, gli occhi applicati con la tecnica dell’intarsio accentuano e rendono profonda l’espressione del volto.
Osiride diventa ancor più simbolo di rigenerazione vitale dopo la morte.



domenica 4 ottobre 2020

Erodoto, Storie, Libro II, cap. 127-128.

 “Dunque, fino al regno di Rampsinito dicevano che in Egitto c'era un buon governo e che l'Egitto era assai fiorente, ma che dopo questi Cheope col suo regno ridusse il paese alla più estrema miseria; infatti, dopo aver fatto chiudere tutti i templi, dapprima impedì i sacrifici, poi comandò che tutti gli Egiziani lavorassero per lui. 

[...] Dicevano gli Egiziani che questo Cheope regnò per 50 anni e che, alla sua morte, gli successe Chefren. Questi seguì gli stessi sistemi [...] Dicevano che Chefren regnò 56 anni. Questi 106 anni li computarono come quelli in cui gli Egiziani ebbero a soffrire ogni sorta di mali, e i templi, che erano stati chiusi, per tutto questo tempo non furono riaperti.

Per odio, gli Egiziani non vogliono neanche nominare questi re anzi anche le piramidi le chiamano del pastore Filitis*, che in quel periodo pascolava greggi in quei luoghi.”


*questa denominazione potrebbe essere un residuo del ricordo della dominazione dell'Egitto da parte degli Hyksos, i così detti "re pastori"; venuti dall'Asia in tribù organizzate militarmente, invasero e dominarono l'Egitto tra il 1670 e il 1570 a.C.; essi assunsero i titoli regali e costituirono la XV e XVI Dinastia.
Altra ipotesi è che il nome Filitis, echeggi il ricordo dell'invasione dell'Egitto settentrionale, da parte delle tribù dei Filistei, in un periodo concomitante a quella degli Hyksos.

Bibliografia: Erodoto, Storie, Volume Primo (Libri I-II), introduzione di Filippo Cassola, traduzione di Augusta Izzo D'Accinni, note di Daniela Fausti, ed. BUR, 2019.

Colore, arte e magia nell'antico Egitto


Visita guidata al Museo Civico Archeologico di Bologna a cura degli archeologi di ASTER:

8 Dicembre 2020 - ore 16,00;
Nell’antico Egitto l’uso dei colori era determinato, oltre che da ovvie considerazioni di tipo estetico e iconografico, anche da specifici principi di natura magico-religiosa.
Il percorso esaminerà il significato dei colori nella cultura materiale egizia attraverso una selezione di reperti conservati nella collezione del
Tutte le info su:



Due vasi di famiglia

Il vaso rappresentato nella prima immagine reca (nei due cartigli) il nome di Ramses II (la sua titolatura) mentre quello nella foto seguente il nome di Merenptah, quattordicesimo figlio di Ramses II e della sua sposa Isetnofret.

Entrambi i vasi sono pertanto datati alla XIX Dinastia (1279-1213 a.C.).

Il primo è stato di recente esposto alla mostra “L’Egitto di Belzoni” a Padova, mentre l’altro si trova attualmente al
Museo Archeologico di Milano
alla mostra "Sotto il Cielo di Nut. Egitto Divino".

I due esemplari sono in faïence blu (l’uno sfortunatamente molto frammentario) e dovevano essere utilizzati probabilmente in un contesto religioso.

Il primo vaso faceva parte di un set di 4 contenitori simili.




domenica 27 settembre 2020

Tre ushabti esposti alla mostra "Storie d'Egitto" presso i Musei Civici di Modena

Da sinistra:

1) Ushabti di Hor - XXVII Dinastia.

Testo dell’iscrizione (sfortunatamente incompleta nell’ultima parte):

sHD Wsjr Hr ms (n) TAy-jr(t)-rw ...

“Che sia illuminato l’Osiride Hor, nato da Tay-ire(t)-ru [...]”

2) Ushabti anepigrafe (senza iscrizione) - faïence verde-azzurra - Epoca Tarda;

3) Ushabti anepigrafe - faïence verde azzurra Epoca Tarda/Greca;

I tre ushabti presentano le caratteristiche tipiche delle manifatture prodotte dalla XXVI dinastia in avanti, ovvero l’utilizzo della faïence come materiale, la corporatura mummiforme, la parrucca tripartita, le mani incrociate che reggono una zappa, un falcetto, e la piccola borsa che ricade dietro alla spalla sinistra, il pilastrino dorsale con base trapezoidale.