giovedì 2 settembre 2021

Rilievo frammentario di Amenhotep I


Rilievo frammentario di Amenhotep I,
Nuovo Regno, XVIII Dinastia, calcare dipinto,
Roma, Museo Barracco


Amenhotep I regnò per circa 21 anni, dal 1526 al 1505 a.C.; il suo venne ricordato come un governo piuttosto pacifico, rispetto alle diverse campagne militari che il padre, Ahmosis, primo sovrano della XVIII Dinastia egizia, aveva intrapreso in Nubia e nel Vicino Oriente.
Dopo la cacciata degli Hyksos compiuta da Ahmosis infatti, l’Egitto - nuovamente riunificato - aveva ristabilito le relazioni internazionali e i propri assetti amministrativi.
Di Amenhotep I sono giunte alcune rappresentazioni statuarie databili al periodo in cui era in vita ma anche posteriori, in quanto, dopo la morte, fu venerato assieme alla madre, Ahmes-Nefertari, in particolare nella località di Deir el-Medina.
Il rilievo proviene dalle cappelle di Amenhotep I nel Grande Tempio di Amon a Karnak e raffigura il sovrano con il copricapo nemes e un collare ampio.
Amenhotep I ebbe un figlio, Amenemhet, che purtroppo morì in giovane età; il suo successore divenne pertanto Thutmosis I, marito della sorella di Amenhotep I e futuro padre di Hatshepsut.

La biblioteca egittologica e vicino-orientale del Museo Barracco a Roma

Il Museo Barracco di Roma conserva, oltre ad una interessante raccolta di opere provenienti dall'Egitto e dal Vicino Oriente Antico, anche la biblioteca specialistica che Giovanni Barracco (politico e appassionato collezionista) donò al comune di Roma assieme alla propria raccolta).

Tra i libri sono presenti classici greci-latini e opere riguardanti le civiltà rappresentate dalla collezione, compresi importanti volumi di Egittologia e Orientalistica (i “Monumenti dell’Egitto e della Nubia” di Ippolito Rosellini (1800-1843) e i “Denkmäler aus Aegypten und Aethiopien” di Karl Richard Lepsius (1810-1884).
Le opere sono consultabili su richiesta: www.museobarracco.it.





venerdì 20 agosto 2021

Alcuni dei tanti obelischi di Roma

Obelisco Vaticano

L'Obelisco Vaticano, posizionato in Piazza San Pietro a Roma, è alto 25 metri (escluso il basamento), in granito rosso e non presenta iscrizioni.

Proveniente dal Foro Giulio (Forum Iulii) di Alessandria d’Egitto, fu portato a Roma dall’imperatore Caligola e successivamente spostato in Piazza San Pietro dal papa Sisto V nel 1586.

Obelisco Sallustiano

 

L’Obelisco Sallustiano si trova in Piazza della Trinità dei Monti.
Anch'esso in granito rosso, è alto circa 14 metri (basamento escluso) e venne realizzato in epoca romana imperiale imitando gli obelischi egizi, così come l’iscrizione, che fu ricopiata da quella presente sull’obelisco di Piazza del Popolo (con diversi errori).
Subì diversi spostamenti prima di essere collocato - ad opera del papa Pio VI - di fronte alla chiesa di Trinità dei Monti.

Obelisco Flaminio


 

L’Obelisco Flaminio (sito al centro della Piazza del Popolo) è il secondo obelisco egizio più antico della città (dopo l’Obelisco Lateranense).
L’iscrizione reca i cartigli del faraone Sethi I e di suo figlio Ramses II (che ne completò la costruzione).
Fu il primo obelisco ad essere portato a Roma (dalla sua destinazione iniziale - Heliopolis) per volere di Ottaviano Augusto, che lo collocò nel Circo Massimo.
Con il papa Sisto V l’obelisco venne riposizionato in Piazza del Popolo e prese il nome dalla Via Flaminia, che usciva proprio dall’omonima porta di accesso alla piazza.

Obelisco Pinciano

Statua di Antinoo divinizzato,
Museo Gregoriano Egizio
(Musei Vaticani, Roma)

L’Obelisco del Pincio, detto anche Obelisco Pinciano o Obelisco di Antinoo si trova sulla terrazza del Pincio a Roma e venne realizzato per volere dell’imperatore Adriano, che lo dedicò ad Antinoo, ragazzo greco suo favorito, morto per annegamento nel Nilo.
A seguito della morte avvenuta nel 130 d.C. e raccontata dall’iscrizione presente sull’obelisco, Antinoo venne divinizzato, assimilandolo ad Osiride, ed adorato in diverse province dell’impero romano.
Una statua di Osiride-Antinoo è conservata ai Musei Vaticani.

Obelisco Agonale


L’Obelisco Agonale di Piazza Navona proviene dalle cave di Assuan e fu portato a Roma dall’imperatore Domiziano.
Le iscrizioni geroglifiche vennero realizzate in seguito al trasporto.
Collocato inizialmente tra il Tempio di Serapide e quello di Iside, Massenzio lo spostò nel circo della sua villa sulla via Appia, dove si spezzò.
Attorno al 1647 il papa Innocenzo X Pamphilj trasferì l’obelisco nell’attuale Piazza Navona.



martedì 10 agosto 2021

Frammenti di stelle

 Buona Notte di San Lorenzo a tutti voi...

Frammento di rilievo in calcare dipinto
Museo Egizio di Torino

Frammento di rilievo in calcare dipinto
Museo Egizio di Torino

martedì 3 agosto 2021

Geroglifici in luoghi inaspettati...

La volta della Loggia delle Muse a Palazzo Te a Mantova è dedicata alle Muse, protettrici delle arti e delle scienze; le loro figure sono circondate da emblemi e da riproduzioni dei geroglifici egiziani.

Palazzo Te venne costruito tra il 1525 e il 1535 per volere di Federico II Gonzaga (marchese e duca di Mantova, nonché grande appassionato di arte antica) che diede all’edificio la funzione di luogo di rappresentanza, per il tempo libero e lo svago.
Gli ospiti di Federico II Gonzaga venivano introdotti al Palazzo dalla loggia delle Muse, che rappresentava uno dei primi ambienti nei quali venivano sfoggiati i modelli culturali del mondo antico.
Per la realizzazione dei dipinti e degli stucchi di Palazzo Te il duca di Mantova scelse Giulio Romano, collaboratore di Raffaello ben affermatosi nella corte dei Gonzaga.





La collezione egizia di Palazzo Te a Mantova

Il Palazzo Te a Mantova custodisce una raccolta di oltre 500 reperti, per la maggior parte raccolti da Giuseppe Acerbi, mantovano nato nel 1773, che rivestì la carica di Console d’Austria in Egitto fra il 1826 e il 1834.

Durante il suo soggiorno in Egitto, Giuseppe Acerbi (laureato in legge ma anche grande appassionato di geografia e scienze naturali) intraprese due viaggi di esplorazione, nell’Alto e nel Basso Egitto, dai quali riportò numerosi oggetti antichi.

 

 


Crescere con le radici delle parole ebraiche

Nuovo arrivo nella Biblioteca de La Via degli Antichi: Crescere con le radici delle parole ebraiche, di Hora Aboav.

La lingua che ci è stata trasmessa dai testi sacri è una lingua piena di segreti da decifrare e di energie vive da esplorare.
Ogni lettera dischiude un mondo - simbolico, numerico, letterale, metaforico - e ogni radice scoperchia infinite significazioni.

Da non perdere!


 

A Soncino, in provincia di Cremona, nacque il Museo della Stampa come testimonianza della cultura derivata da essa e dall’attività degli stampatori ebrei Soncino.

Nel 1488 essi stamparono la prima Bibbia ebraica i cui caratteri presentavano la cosiddetta “vocalizzazione”, ovvero quei piccoli segni posti sopra, sotto o all’interno delle singole lettere per identificare il suono vocalico (in quanto la lingua ebraica tecnicamente non presenta vocali scritte).


La foto rappresenta la prima pagina della Bibbia, che mi fu stampata (e regalata) da Franco Ratti presso la “Casa Stampatori Soncino” mediante la riproduzione fedele di un torchio dell’epoca.
Bereshit”, letteralmente “in principio”, ovvero “La Genesi” è la traslitterazione/traduzione del titolo della pagina (בראשית).





Parma, Complesso Monumentale della Pilotta: i capolavori

Nuovo arrivo nella biblioteca de La Via degli Antichi: il volume che raccoglie, per la prima volta, documenti, reperti e opere d’arte conservati presso il Complesso Monumentale della Pilotta a Parma.
Teatro Farnese, Museo Archeologico (che ha anche una sala egizia), Medagliere Borbonico, Galleria Nazionale (con i dipinti di Leonardo Da Vinci, Correggio, Parmigianino), Sala del Trionfo, Biblioteca Palatina (con le sue collezioni librarie), sezione musicale e Museo Bodoniano: questi i capitoli che compongono il bellissimo percorso (visivo e cronologico) attraverso il Complesso, uno dei più importanti nel panorama nazionale ed europeo.
Il libro, edito da Silvana Editoriale, si può acquistare dal sito della casa editrice (www.silvanaeditoriale.it), presso la biglietteria del Complesso della Pilotta o al desk di accoglienza della Biblioteca Palatina di Parma.




martedì 11 maggio 2021

Archeologia Invisibile - la mostra temporanea allestita presso il Museo Egizio di Torino

Le riaperture di quest'ultimo mese hanno portato con sé anche la proroga di una mostra temporanea denominata "Archeologia Invisibile" (aperta dal 2019 e ancora visitabile presso il Museo Egizio di Torino) che racconta alcuni dei processi di indagine che vengono condotti durante lo studio dei reperti archeologici, con l'ausilio di particolari strumentazioni e applicazioni scientifiche, allo scopo di rivelare informazioni ed elementi che non sempre sono visibili ad occhio nudo.

La fotografia, nata nell'800, è stata il primo strumento di documentazione dello scavo archeologico, il luogo dove gli oggetti vengono rinvenuti; oggi, la fotogrammetria (metodologia di rilievo dei dati metrici - forma e posizione - di oggetti) permette di digitalizzare interamente i reperti in laboratorio, creando modelli tridimensionali (che possono essere anche stampati grazie alla recente introduzione delle stampanti 3d).

L'archeometria e le indagini multispettrali (mediante l'utilizzo dello spettro infrarosso, ultravioletto e raggi-X) forniscono inoltre informazioni interessanti sulla vita del reperto, su come - ad esempio - sia stato fabbricato, colorato o decorato.

Nell'antico Egitto i pigmenti dei colori venivano estratti da minerali (pirolusite per il nero, dolomite per il bianco, malachite per il verde) o da terre (ocra per il giallo e il rosso) e amalgamati con un legante come l'albume o la gomma arabica. Il cosiddetto "blu egizio" invece, derivava da una composizione di carbonato di rame, natron, calcio e silice: è stato il primo pigmento ad essere prodotto artigianalmente.

Nella mostra, un video rappresenta come le analisi multispettrali ad infrarosso eseguite sul cofanetto ligneo rinvenuto nella tomba di Kha e Merit rivelino la presenza del "blu egizio" e una correzione apportata dall'artigiano in corrispondenza della spalla del defunto rappresentato.

Cofanetto con raffigurazione di Kha e Merit,
Legno, fibre vegetali, pittura,
XVIII Dinastia, 1425 - 1353 a.C.,
Deir el-Medina, Tomba di Kha (TT8)

Dove infrarossi e raggi-X non sono sufficienti, si può oggi ricorrere all'ausilio di sperimentazioni neutroniche, per analizzare ad esempio il contenuto di oggetto (come nel caso dei vasetti per i "sette olii sacri", in alabastro, provenienti dalla tomba di Kha a Deir el-Medina) senza mettere in campo azioni invasive quali la rottura del tappo-sigillo.

A sinistra: vasetti per i "sette olii sacri",
alabastro, XVIII Dinastia, 1425 - 1353 a.C.,
Deir el-Medina, Tomba di Kha.
A destra: la chimica dei colori - origine e composizione dei pigmenti 

Quando si tratta dello studio dei resti umani (o animali) la tecnologia è diventata sicuramente uno strumento fondamentale per superare vecchi metodi di indagine particolarmente distruttivi quali (nel caso delle mummie) la rimozione delle bende, del corredo e la dissezione del corpo.

La mummia di Merit,
il video che mostra lo "sbendaggio virtuale"

Oggi, infatti, le moderne tecnologie (radiografie e TAC) consentono di effettuare uno "sbendaggio virtuale" (come quello che viene mostrato nell'esposizione, eseguito sulle mummie di Kha e Merit, conservate presso il Museo Egizio e mantenute ancora intatte) e di analizzare digitalmente il defunto in ogni sua parte, dallo spessore/tipologia del bendaggio alla posizione, dai gioielli indossati agli amuleti, affiancando così le indagini antropologiche per determinare età, altezza, stato di salute/patologie e in alcuni casi anche le cause della morte. 

La diagnostica si rivela utile anche per analizzare interventi di restauro precedenti e progettare quelli futuri, come per i frammenti parietali e pitture a tempera provenienti dalla tomba di Henib a Qau el-Kebir e di Iti e Neferu a Gebelein. 

Il tema del restauro abbraccia anche gli interventi volti alla conservazione di papiri: nella sala dedicata sono esposte due pagine (su papiro) del codice copto IX recanti il testo della Vita Athanasii (VII-VIII sec. proveniente da This, ove esisteva una biblioteca bizantina) e un codice copto con il testo dell'Ecclesiaste e La Saggezza di Salomone, su pergamena in rilegatura moderna, V-VI sec.), sui cui inchiostri sono in corso indagini chimiche volte a comprendere la preparazione degli stessi e l'esatta provenienza dei documenti.

Codice copto recante il testo dell'Ecclesiaste e La Saggezza di Salomone,
pergamena e inchiostro in rilegatura moderna, 
ca. V-prima metà VI sec.,
provenienza incerta

La mostra si chiude con la riproduzione in 3d del sarcofago di Butehamon, "Scriba della necropoli": con grande impatto visivo, il modello digitale - in video - si sposa con la proiezione delle fasi di vita dell'oggetto direttamente su di esso, dalla costruzione (l'assemblaggio delle parti in legno, le alterazioni, i ritocchi) alla decorazione (iscrizioni e pitture). 

Stampa 3d del sarcofago esterno dello scriba reale Butehamon,
circa 1000 a.C.

Si tratta di un percorso affascinante, che cattura l'interesse del visitatore e dimostra l'importanza dell'interazione dell'archeologia con la scienza, in una fusione quasi imprescindibile per la comprensione non solo del contesto storico di un reperto ma anche della sua biografia.

E' disponibile anche il tour virtuale della mostra al seguente link.

domenica 11 aprile 2021

The Rise of Aten

L'8 aprile 2021 è stata annunciata da Zahi Hawass la scoperta di un insediamento nei pressi di Medinet Habu (Luxor), tra il tempio funerario di Ramesse III e quello di Amenhotep III.



Si tratta di una città realizzata in mattoni di fango, avente scopo artigianale, amministrativo, residenziale e risalente alla metà del XIV sec. a.C.; la città venne infatti costruita da Amenhotep III neb-mAat-Ra (faraone della XVIII Dinastia - che regnò tra il 1388 e il 1350 a.C.), come testimoniano i sigilli impressi sui mattoni.



L'insediamento, riemerso in ottime condizioni (alcune mura raggiungono un'altezza di quasi 3 metri) porta il nome "
The Rise of Aten" (Il sorgere di Aton) ed è stato scoperto durante gli scavi condotti (a partire da settembre 2020) dalla missione egiziana diretta da Zahi Hawass per ricercare il tempio funerario di Tutankhamon.




La città si compone di quartieri residenziali e laboratori artigianali (tra cui un panificio, completo di forni e stoviglie, e zone per la filatura e la tessitura) che si sviluppano lungo le strade costeggiate da pareti a forma di S (architettura sinusoidale tipica della fine della XVIII Dinastia).



Dagli scavi sono stati rinvenuti diversi e bellissimi vasi dipinti, anelli (recanti il cartiglio di Amenhotep III e della sua regina Tiy), collane, scarabei, amuleti in faience, ushabti, elementi decorativi vari; si presuppone che alcuni di essi siano stati prodotti nel villaggio stesso, vista la presenza di stampi tra il materiale ritrovato.







Sono inoltre state riportate alla luce una sepoltura umana (inconsueta in quanto il defunto è posizionato con le braccia tese di lato e le ginocchia avvolte da una corda), di bestiame (toro/mucca) e un pesce persico.






Gli scavi proseguiranno in alcune aree della città ancora meno indagate, quali ad esempio la zona settentrionale, dove è stato scoperto una grande cimitero con tombe scavate nella roccia, le aree artigianali per la lavorazione del vetro e del metallo e quelle amministrative. 


Un'iscrizione riportata su un recipiente contenente un grande quantitativo di carne (circa 10 kg, forse essiccata o bollita) dimostra come l'insediamento fu in uso anche durante il periodo in cui Amenhotep IV (Akhenaton) governò il regno in co-reggenza con il padre, Amenhotep III:


"Anno 37, carne condita per la terza festa Heb Sed

del macello del recinto del bestiame di Kha,

preparata dal macellaio Iuwy"


Questa festa-giubileo si tenne infatti nel 1351 a.C. circa.



Il dato è ulteriormente confermato da un'altra importante iscrizione impressa su un sigillo di fango e riportante la dicitura "Gm-pA-Jtn" (ghem pa Aton - trad. "il dominio del luminoso Aton") che è il nome di un tempio costruito proprio da Amenhotep IV a Karnak.


Nell'anno successivo a quello indicato nell'iscrizione del vaso contenente la carne, e a seguito del trasferimento della capitale ad Amarna, la città venne probabilmente abbandonata e riprese poi (per motivazioni ad oggi ancora ignote) ad essere utilizzata dai successivi faraoni Tutankhamon e Ay (fine della XVIII Dinastia).


Image/Photo credits:

Zahi Hawass

www.dailymail.co.uk